Poi passi notti
agitate, insonni, confuse, e non sai perché. Ti alzi: puoi solo bere. E allora
assumi litri d'acqua, come fosse la soluzione a tutto.
Troppi avvenimenti,
troppi pensieri, troppe incombenze e il cuore si fa tumultuoso, ansioso,
inarrestabile... prova a fermarlo se ci riesci! Eppure è tuo, fa parte di te,
dovresti riuscire a trovare un modo per chetarlo.
Per un compleanno mi regalarono la barbie! Aveva le pinne, ma
sognava le gambe. Io potevo toglierle
quel vestito scomodo e di colpo potevo farla camminare.
Mi bastava immaginarmi
come la Sirenetta ed ero felice.
"Ma un giorno
anch'io, se mai potrò, esplorerò la riva lassù!
Guarda e vedrai che il sogno
mio si avvererà!"
Non so perché, ma
sentivo mia quella canzone. Sentivo che quello non era il mio posto.
C'era
dell'altro.
Poi, cresciuta, ho
scoperto Satine e il Moulin Rouge.
"One day I'll
fly away! Leave all this to yesterday!
Why live life from dream to dream? And
dread the day when dreaming ends?"
È una costante e non
ci avevo mai fatto caso.
Ora manca poco.
Credo.
Forse, come Ariel,
metterò su due gambe da urlo. Forse potrò respirare ossigeno.
La paura si
affaccia.
Non mollare.
E se anche non ve ne
frega un cazzo, è la storia più importante della mia vita.
Venerdì verso le
20,00 siamo andate a uno spettacolo che si svolgeva al maschile. Erano giorni
che si aspettava questo momento, non tanto per lo spettacolo ma perché per noi
rappresentava un'occasione per avere la sensazione di evadere con la fantasia
fuori da qui. Tutto bene, ero accanto alla mia compagna di cella Betti, lei è
una DOC, non per altro veniamo entrambe dalle valli aretine. Anche se tra noi
due ci corrono dieci anni di età (è lei la più vecchia!), abbiamo molte cose in
comune. In primis i figli, la cosa più importante, poi via via divertimenti e
conoscenze. Abbiamo instaurato un buon rapporto, mi ci voleva proprio una come
lei per oltrepassare questa soglia che la vita ci ha destinato.
Ritorniamo a quella
sera. Eravamo così contente, si ballava, da sedute ovviamente, ci si
abbracciava e ogni tanto ci scambiavamo opinioni sul modo di recitare dei
detenuti mescolati ad altri attori esterni e sul pubblico venuto da fuori. Si
era tutte euforiche e mentre noi ci godevamo lo spettacolo Claudia si stava
impiccando. Siamo ritornate verso le 23,00 e nel giro di pochi minuti siamo
rientrate ognuna nella propria cella mentre l'assistente le controllava
partendo dalla 21. io e Betti siamo alla 17 e davanti alla 14 chiamò Zavataro!,
Zavataro!, poi nulla, tutto un fuggi fuggi, tra assistenti maschi e assistenti
femmine, poi arrivò Mario, l'infermiere. Guardando il riflesso delle immagini
sui vetri delle finestre notammo le persone muoversi veloce nella cella di
Claudia. Poi alcune ragazze cominciarono a gridare che Claudia si era
impiccata, che era ancora viva, che forse… non si capiva nulla. Nonostante
l'impossibile da parte dei soccorritori Claudia non ce l'aveva fatta. Tutte le
nostre gioie di prima si sono trasformate in un dolore che non ha fatto dormire
nessuno. Abbiamo riflettuto su tante cose, anche sullo spettacolo, che a
Claudia sarebbe piaciuto tantissimo.
Claudia era madre di
due bambini ai quali pensavano i nonni, ma a lei non pensava nessuno, neanche
tramite pochi soldi per un pacchetto di sigarette o due righe su una lettera.
Doveva chiedere a noi altre, che facciamo fatica ad andare avanti e siamo costrette
a elemosinare.
Forse ogni vita ha
il proprio senso, forse ci vuole una vita intera per riuscire a trovarlo. Non è
facile uscire dai momenti di perdita totale del desiderio stesso di esistere,
ma è proprio allora che bisogna tenere duro, perché questo momento di annientamento
è provvisorio. Ecco perché dobbiamo imparare ad ascoltare quello che è nel
cuore delle persone più di quello che hanno nella bocca. Sperando in un
miracolo, in fondo succedono. Ci saltano addosso, ci danzano intorno battendoci
le mani vicino alle orecchie, ci sorridono e ci fanno le boccacce come
pagliacci, ma noi non li vediamo, preferiamo il mondo in bianco e nero a quello
dell'immaginazione.
Il carcere è un mondo
diverso, assurdo, capovolto. Dove la Giustizia che ti punisce per un
reato non riesce però a garantire i tuoi diritti.
Il diritto all'Umanità.
Non c'è acqua calda
nei bagni delle celle.
Dire che l'igiene è
carente è scontato? E' dire poco.
La struttura di
Sollicciano cade a pezzi: ci sono stracci per terra per raccogliere
l'acqua che filtra dal soffitto, l'intonaco... vi lascio immaginare.
Dal lavapiedi nelle
celle (no, non c'è un bidet!) sale maleodorante un puzzo di fogna
e... boh, chissà che roba è.
Le luci non si spengono
mai del tutto. Di notte un neon viola illumina i volti addormentati
(?) dei detenuti, stretti in tre in una cella di 3x4 metri.
I muri bianchi, le luci
al neon, l'unica e sola ora d'aria... e le collette delle
associazioni di volontariato per comprare gli occhiali ai detenuti.
E' inutile non scappi. Miope ci diventi.
D'estate, nella calura
di Firenze, in una struttura completamente in cemento armato come è
Sollicciano, non è concesso nemmeno un piccolo ventilatore. Neanche
se a pagarlo sono i detenuti stessi.
E poi i soldi. Oh, i
soldi!
Una tesserina per le
telefonate (molto costose) è garantita a tutti: 5€ sono scalati
automaticamente dal cc del detenuto. Bene, direste voi, almeno
questo! Ma a volte capita che il detenuto non abbia nessuno da
chiamare. Capita che in galera ci finiscono coloro che sono già ai
margini della società. Bene, la tesserina è obbligatoria. 5€
obbligatori. Certo, puoi chiedere il rimborso. Il rimborso,
capiamoci. In carcere. Va be'. Comunque, se perdi (o ti rubano) la
tesserina ti scalano altri 8€ dal cc: ti fanno la multa.
5 e 8 euro. Che sarà
mai. Uhm. A parte la crisi, ma quando uno è in carcere, sapete
com'è, andare a lavoro non è così semplice. Sempre se viene
concesso, è prerogativa di pochi.
In tutto questo se hai
bisogno di qualcosa che il carcere non passa c'è la possibilità di
far la spesa. Mica alla coop. Dentro il carcere. E la roba costa il
triplo.
Un papiro, e parlo io
che in carcere ci son stata 2 volte. Ma se riuscissero a parlare
LORO...
"Stamani ho avuto
questa camera di consiglio per chiedere i primi 45 giorni di
liberazione anticipata, il tribunale di sorveglianza me li ha
rigettati perché i carabinieri di Prato il 12 febbraio mi hanno
denunciata, dicono che mentre ero agli arresti domiciliari ho fatto
più di un'evasione, ma non sapevo che anche fuori dalla porta di
casa, sul pianerottolo, fosse evasione."
Come fai a sapere se
nasconde con il suo manto bianco un sasso contro il quale ti ferirai, una buca
nella quale cascherai, una lastra ghiacciata che rallenterà il tuo percorso o
un fiore che lo addolcirà?
Non si può aspettare
che l'inverno finisca, prendi la penna e scava nella neve.
(Pajalich Viola)
La Pagina Bianca mette in crisi chiunque.
Anche l'artista navigato ha passato un momento in cui quella Pagina Bianca è stata il suo cavillo. E nuovamente lo sarà.
L'invito è a considerare la nostra vita come quella Pagina Bianca, un'enorme incognita. Aspetta solo che scaviamo, che prendiamo la nostra penna.
Il piangere e l'uomo
non sono mai andati veramente d'accordo. Non è socialmente accettabile vedere
piangere qualcuno in pubblico. Ci sconvolge. Destabilizza la situazione. Ci
mette di fronte ad una realtà che non sappiamo bene come affrontare.
L'uomo è abituato
fin da piccolo, oggi meno per fortuna, a non far trapelare la tristezza, a
mostrarsi duro e forte. Guai se un uomo piangesse in pubblico! La donna, sì, forse
le è più concesso piangere, fa parte di lei, della sua immagine e del suo ruolo. Ma non esageriamo, piangete con moderazione!
"Eh no, piagnone non ne
vogliamo!"
E invece il pianto
fa parte di noi, così come il sorriso e la risata (e anche qui ci vorrebbe un
manuale, 'ché oggi non siamo nemmeno più capaci di ridere. Stiamo diventando
insensibili alle emozioni fondamentali? Siamo capaci di provare solo
frustrazione? Nemmeno la rabbia è più accettata, 'ché se no sei uno
squilibrato!).
Avere un cuore
aperto, grande, ci espone al pianto e ci rende la vita più difficile. Già,
perché chi sa piangere non vuole apparire infallibile. Chi piange è vivo! Piangere è sentirsi fragili, tanto che chi ti è accanto ha paura a consolarti.
"Oddio, se ti abbraccio potresti franarmi tra le mani!"
Ritroviamo la
bellezza di piangere, di essere uomini e donne sensibili. Uomini e donne dal cuore grande,
aperto e impavido! Sì, impavido! Piangere è essere impavidi oggi! Non abbiamo paura di mostrarci piccoli di
fronte agli occhi degli altri! Gli altri sono fatti esattamente come noi, e se non
fanno vedere a nessuno che piangono, qualche goccia salata uscirà dal profondo
del loro cuore...
Non amo molto
scrivere, penso si sia capito. Preferisco più parlare, o guardare. Capire e
farmi capire, così. Ma ogni tanto ci vuole e allora farò uno sforzo.
Se ognuno di noi si
guarda dentro (e lo dico per me che, probabilmente sola, leggerò questo post),
sa bene che il suo cuore è inquieto, che qualcosa manca, che qualcosa egli
desidera, che la Felicità egli brama. Non parlo di contentezza, quella vola via
in un attimo. Parlo di Felicità. Non l'iPhone, non il successo al lavoro, non
l'assunzione al lavoro così tanto bramato, non il riuscire ad andar via di
casa, non il trovare semplicemente qualcuno che stia con me e che mi voglia
bene. La Felicità.
Qual è la tua
Felicità?
Qual è la tua
Verità?
Che il vostro cuore
sia inquieto, che vada nel profondo, che non si fermi alla mera contentezza di
un attimo. Siate avidi e desiderosi di Felicità.
Che il vostro cuore sia inquieto. E che lo sia il mio.